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Fabrice Bernasconi Borzi: parlare con le opere

di Gianpiero Vincenzo

 

 

 

Da tempo gli artisti hanno smesso di realizzare rappresentazioni visive convenzionali e creano opere con le quali stabilire un nuovo rapporto, come nel caso di Fabrice Bernasconi Borzì.

Si potrebbe dire così: Fabrice crea opere che parlano. Oppure: Fabrice si mette a dialogare con le opere. O anche: Fabrice racconta e le opere rispondono, perché hanno un’anima.

L’aura e la parola

In fondo era quello che aveva suggerito Walter Benjamin quando aveva parlato dell’ “aura” dell’opera d’arte. Gli artisti si sono quindi preoccupati di un nuovo tipo di rapporto con le immagini, con gli oggetti. Sia chiaro, non è una cosa nuova. Per migliaia di anni si è ritenuto che lo spirito della Divinità fosse racchiuso in particolari pietre o betili. In Giappone la spada katana poteva racchiudere l’anima del samurai oppure il testamento spirituale di un grande maestro come Rikyu poteva essere suggellato in un chashaku, il cucchiaino da tè in bambù. Ancora oggi migliaia di visitatori rimangono incantati dalla misteriosa espressione vivente della Gioconda. Lo stesso Michelangelo aveva picchiato col martello contro il ginocchio del suo Mosé chiedendogli “perché non parli?”.

Quest’ultimo celeberrimo aneddoto può essere utile a dare un’idea di alcuni elementi centrali dell’opera di artisti contemporanei, come Fabrice, che si preoccupano di dare voce alle opere. E lo fanno con una consapevolezza e determinazione del tutto nuove.

La discesa

La consapevolezza è uno degli elementi decisivi. Non si tratta di una dimensione di ordine concettuale, richiamata ormai da molti decenni, ma della possibilità che un’opera operi – mi si passi la figura etimologica – nei confronti dello spettatore e degli altri oggetti. Quello di cui le opere di Fabrice parlano, la loro “operazione”,  è il racconto relativo alla “discesa” dell’artista dalla Svizzera alla Sicilia, in tutti i sensi questa possa essere intesa. Per alcuni potrebbe essere una “discesa agli inferi”, ma la vita, nel mondo quaggiù, richiama fortemente l’etica e l’estetica del Diverso.

Come accade per gli oggetti, anche i luoghi del mondo non sono tutti uguali, a dispetto della dialettica della globalizzazione. Proprio questa omogeneizzazione di tutto e di tutti è proprio quello che oggi viene confutato da artisti come Fabrice. Ogni cosa ha un’anima, verrebbe da dire. E una sua parola. E ci sono prospettive in cui l’Anima, l’Aura, si vedono con maggiore chiarezza.

Ultima possibilità per il Pianeta

Non si tratta di un’esercizio formale e nemmeno di retorica. Si tratta di un’ultima possibilità. Sono in molti ormai, sopratutto filosofi e artisti, ad aver compreso che la degenerazione di una specie umana che sta distruggendo il Pianeta dipende da un distorto rapporto con gli oggetti e la realtà che la circonda. Se si ritiene infatti che cose e animali non hanno un’anima – ancora una figura etimologica – perché averne rispetto e cura? Se non esiste più l’Altro, ma solo Uguali diversi tra loro, come sostiene a ragione Byung-Chul Han, cosa potrebbe spingere l’uomo a conoscere  e riconoscere altri esseri umani?

Fabrice è l’alfiere di una generazione di artisti che non si limita a creare oggetti. Crea opere parlanti per spettatori pensanti. Propone una discesa che è, anche e soprattutto, una risalita. Senza la retorica di un’ideologia coeva di uno spazio pubblico che adesso non esiste più. Nell’epoca del privato diffuso si può solo richiamare l’attenzione sui dettagli. È per questo che gli artisti sono sempre più preziosi.

L’atomo e la vita

Ogni piccolo aspetto della vita racchiude in sé tutte le possibilità. Ogni atomo ha in sé le stesse possibilità dell’universo, come si dice nel Taoismo. In tal senso l’arte di Fabrice è quella dei punti di vista e dei dettagli. Prende qualcosa dall’ordinario e lo sposta nello straordinario. L’ironia scaturisce dalla presa di coscienza della molteplicità dei punti di vista, dei diversi spostamenti di senso possibili. In tal modo ogni volta che Fabrice riesce a smuovere uno spettatore da un punto di vista consolidato compie un vero prodigio. Letteralmente “sposta in avanti”  (etimologia di prodigio) il limite della sua comprensione. Se lo fa con un sorriso, ancora meglio.

In mostra dall’11 luglio all’11 settembre 2020

White Garage – Catania

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white garage, Via Malta, 61, Catania, CT, Italia

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